martedì 10 giugno 2014

Il giorno in cui lasciai mio figlio da solo in auto (Kim Brooks)

Traduco, con la solita approssimazione dovuta a una non perfetta dimestichezza con l'inglese e alla fretta — cerco di limitare i danni anche aggiungendo link e note esplicative — un articolo che ho trovato molto interessante: The day I left my son in the car.

La vicenda dà interessanti spunti di riflessione su questa società (che è poi quella società: siamo negli States, ma la stessa contagiosa e perniciosa mentalità ormai è già parte del nostro costume).

Chissà che non sia il primo di una serie di post di asperrima critica al modo in cui i bambini sono percepiti, educati e trattati nel nostro mondo moderno.

(Oltre a link e note, sono mie anche le varie enfasi.)

In una frazione di secondo decisi di entrare nel negozio. Non avevo idea che questa scelta avrebbe consumato un anno della mia vita.

Il giorno in cui accadde non era diverso dagli altri; ero preoccupata e in ritardo. Ero preoccupata perché di lì a poche ore avrei dovuto affrontare un volo di 2 ore e mezza con i miei bambini, di 1 e 4 anni. Ero in ritardo perché, come è per molti genitori di bambini piccoli, spesso capita che non ci siano abbastanza ore in un giorno.

Eravamo andati a trovare la mia famiglia ed ero impaziente di tornare a casa da mio marito. Mia figlia di un anno si era appena addormentata per un riposino quando, mentre facevo i bagagli, mi accorsi che le cuffie che mio figlio era solito usare per guardare i film sull'aereo si erano rotte. Avvertii mia madre che sarei andata al negozio per comprarne un paio nuovo.

“Anch'io,” disse mio figlio.

Gli domandai se era sicuro di non voler restare a casa con la nonna. “Tu detesti andare per negozi” gli ricordai.

“No, non lo detesto!” disse. Avrei dovuto capire che succedeva — i miei genitori gli avevano permesso di giocare con l'iPad in auto e stava provando ad avere un po' di tempo supplementare. Salimmo quindi nel minivan di mia madre e guidai per un miglio, attraverso i dormienti lotti dove ero cresciuta, quel tipo di lotti dove i bambini vanno in bicicletta per le strade senza via d'uscita e un sacco di gente non si cura di chiudere le porte; infine parcheggiai nel parcheggio quasi vuoto del centro commerciale costruito di recente. Avevo due ore per comprare le cuffie, tornare a casa, svegliare mia figlia di un anno, darle da mangiare, cambiarla, portare tutti quanti all'aeroporto, superare tutti i controlli e salire sull'aereo.

“Non voglio entrare,” disse mio figlio non appena aprii la portiera dell'auto.

“Che significa che non vuoi entrare? Sei voluto venire.”

Stava colpendo degli animali animati sullo schermo, trascinandoli da un lato all'altro. “Non voglio entrare. Ho cambiato idea.”1

Provai a fare la voce calma e decisa. “Simon,” dissi (non è il suo vero nome ma il nome che userò qui). “Se non compriamo le cuffie, non potrai guardare il film sull'aereo. È un lungo volo. Se non puoi guardare il film sull'aereo sarai molto, molto scontento. Ci vuole solo un minuto. Ora su, vieni. Stiamo facendo tardi.”

Mi lanciò un breve sguardo, i suoi occhi accesi da ciò che riconobbi come una specie di agitazione pre-capriccio. “No, no, no! Non voglio venire”, ripeté e tornò al suo gioco.

Feci un profondo respiro. Guardai l'orologio. Per i successivi quattro o cinque secondi feci quello che a volte mi sembra di ripetere ogni minuto di ogni giorno da quando ho dei bambini, una costante, infinita analisi rischi-benefici. Osservai che era un giorno mite, nuvoloso, temperatura sui 10 gradi2. Osservai quanto vicino fosse la piazzola dall'ingresso principale, e c'erano poche altre auto nei paraggi. Visualizzai quanto velocemente, senza la zavorra di un bambino che fa i capricci, sarei potuta entrare nel negozio per prendere un paio di cuffie per bambini. E quindi feci qualcosa che non avevo mai fatto prima. Lo lasciai. Gli dissi che sarei tornata subito. Abbassai un filino i finestrini, chiusi le portiere con la sicura per bambini e attivai l'allarme dell'auto. E poi lo lasciai lì per circa 5 minuti.

Non morì. Non fu rapito o aggredito o dimenticato o trascinato lungo i confini statali da un dirottatore d'auto3. Quando tornai all'auto, stava ancora giocando al suo gioco, sorridendo, o forse ghignando per aver ottenuto quello che voleva dalla sua mamma smidollata. Gettai le cuffie sul posto del passeggero anteriore e inserii la chiave.

Negli ultimi due anni ho rivissuto nella mia mente quel momento più e più volte, avvicinarmi all'auto, entrare, guardare lo specchietto retrovisore, andare via. Lo rivivo come fosse un film, provando a scoprire nei ricordi qualcosa che mi era sfuggito all'epoca. Una voce. Un volto. A volte mi sembra come se potessi sentire qualcosa. Una donna? Un uomo? “Adesso ciao”4. Qualcosa. Ma non ne sono sicura.

Volammo a casa. Mio marito ci stava aspettando al recupero bagagli, con una terribile espressione sul viso. “Chiama tua madre” mi disse.

La chiamai, e stava piangendo. Quando era tornata a casa, dopo averci accompagnato all'aeroporto, aveva trovato un'auto della polizia nel vialetto.


Ogni anno dai 30 ai 40 bambini, di solito con meno di 6 anni, muoiono dopo esser stati lasciati da soli nelle auto. La loro morte (di solito per soffocamento) è lenta, una tortura, tragica in modo indicibile. In qualche caso, si tratta senza dubbio di negligenza, ma più spesso capita per via di un cambiamento nella routine — di solito il padre li lascia all'asilo ma oggi tocca alla mamma e lei è stanca o stressata e dimentica che il bambino è con lei e lo lascia lì per ore. Ero a conoscenza di queste tragedie molto prima di lasciare mio figlio in auto perché, come molte mamme ansiose ed eccessivamente protettive, ho impiegato una fetta non insignificante del mio tempo a leggere e riflettere su tutte le cose terribili che potevano capitare a quelle piccole persone alla protezione delle quali ho consacrato la mia vita.

So che in un giorno in cui ci sono circa 24°C un'auto chiusa può diventare un forno. So che una casa con una piscina non recintata è pericolosa quanto una pistola carica. So quanto è importante mettere correttamente i seggiolini in auto, allacciare le cinghie correttamente. Quando i miei bambini erano più piccoli li mettevo sempre a dormire sulla schiena, anche se lo odiavano. Trattavo gli oggetti piccoli, con cui potevano soffocarsi, come arsenico, mettevo cancelletti su tutte le nostre scale (non del tipo con l'asta a pressione da parte a parte, che può essere spinta via, ma del tipo con bulloni alle pareti). Li ho vaccinati contro qualunque cosa vaccinabile, affettato i loro hotdog longitudinalmente e rimossi gli involucri, mi sono accertata che le loro tazze e piatti fossero privi di BPA, ho limitato il loro tempo davanti la televisione5, li ho protetti con la crema solare nei giorni assolati. Quando i miei amici più spensierati dicono cose come, “Qual è la cosa peggiore che può accadere?” di solito ho una risposta. Qualche volta fantastico di trasferirmi con la famiglia su un'isola solatia del Mediterraneo dove i miei figli possano scorazzare e giocare liberamente sulla spiaggia senza dovermi preoccupare delle auto che corrono o di malattie infettive, ma non confondo mai questa fantasia con la realtà in cui viviamo, la realtà fatta di rischi e pericoli, la realtà dove ogni giorno cose terribili succedono a persone buone e benintenzionate.

E quindi è stato molto più di uno shock per me quando, sulla strada dall'aeroporto verso casa6, ho ascoltato un messaggio vocale dell'ufficiale del dipartimento di polizia del posto dove abita la mia famiglia, che mi spiegava che un passante mi aveva visto lasciare mio figlio in auto, aveva registrato l'accaduto con la telecamera del telefonino, e aveva poi contattato la polizia. Quando la polizia era arrivata, io ero già andata via e nel tempo impiegato per rintracciare i miei genitori dalla targa del minivan, io ero già volata via verso casa mia.

Non ero mai stata accusata di alcun crimine prima, perciò le settimane che seguirono furono pura improvvisazione. Assoldai un legale per parlare con la polizia in mia vece. Cercai consigli e supporto dai miei cari e dalle persone di cui mi fidavo. Provai a restare calma. Il mio avvocato mi disse di aver avuto una conversazione produttiva con l'ufficiale preposto, che gli aveva spiegato che ero una mamma amorevole e responsabile che aveva fatto un “errore di giudizio”, e mi disse che sembrava piuttosto possibile che le accuse non fossero portate avanti. Per un po' sembrò che avesse ragione. Ma nove mesi dopo, pochi minuti dopo aver lasciato i miei ragazzi a scuola, stavo andando a un bar quando il mio telefono squillò. Un'altro ufficiale mi chiese se ero Kim Brooks e se ero a conoscenza del fatto che ci fosse un mandato per il mio arresto.


I miei amici ed io a volte giochiamo a questo gioco, “veramente i nostri genitori ci hanno lasciato fare questo o quello?”. Ci ricordiamo di rampe fatte con la bicicletta, modellini di razzi, videoregistrazioni di noi stessi che davamo fuoco ad alcuni giocattoli. Molti si ricordano che uscivano in bicicletta da soli, giocavano tra gli alberi per ore senza la supervisione di adulti, strisciavano nei canali di scolo per seguire i letti dei ruscelli; si ricordano di pomeriggi lasciati soli, i giochi alle barre7 piantate su lastre di cemento. Mio marito si ricorda del fortini costruiti nel retro della familiare8 durante i lunghi viaggi9. Io mi ricordo che stavo in piedi sui sedili posteriori della decappottabile LeBaron di mio padre mentre guidava per le vie d'intorno, o il fatto che passavo ore sdraiata sul sedile della nostra station wagon, i piedi contro il vetro del finestrino, a sognare ad occhi aperti, o a leggere in parcheggi affollati mentre mia madre era in giro a fare acquisti o faceva altre noiose commissioni. Un amico mi racconta di come lo lasciassero da solo sul sedile anteriore del passeggero di una Mustang decappottabile10, per buona parte della sua infanzia, davanti un 7-Eleven, un Kroger, varie banche, scuole, uffici, semplicemente per il fatto che era timido e non voleva incontrare nuove persone. Per persone della nostra generazione, che vivevano un'infanzia suburbana, la macchina era centrale nelle nostre vite, non era solo un mezzo di trasporto ma un'estensione delle nostre case.

Noi tutti sapevamo, ovviamente, che le auto fossero pericolose. Le auto in movimento. Una volta ogni un po' d'anni c'era un terribile incidente. In quarta elementare una mamma del posto e i suoi 3 bambini furono uccisi mentre si recavano a scuola. Dopo pochi anni, 3 ragazzi furono mutilati e paralizzati da una collisione frontale con un albero dietro la casa del nostro vicino. Ma queste storie horror non erano mai entrate nella nella nostra auto familiare, che sembrava infinitamente sicura, persino comoda.

Nei mesi di paura e vergogna che seguirono l'accusa di aver contribuito alla delinquenza di un minore11, ho continuamente analizzato il mio stato mentale di quel giorno, per provare a capire come avessi fatto qualcosa che un passante e un ufficiale di polizia potessero ritenere pericoloso in modo criminale, e la cosa migliore che mi è venuta in mente è la teoria che io sia stata cullata dalla nostalgia che mi ha spinto ad avere un falso senso di sicurezza. Così tanti dei ricordi della mia infanzia hanno a che fare con del tempo non supervisionato da adulti, in auto lasciate in parcheggi del tutto simili a quello dove avevo lasciato mio figlio. Nei giorni dopo l'accaduto, mi sono chiesta se ritornare a casa12, stare fuori città13, non mi avesse dato una sorta di amnesia momentanea. Mi sono dimenticata che sono passati più di 25 anni da quell'infanzia di ore senza la supervisione di adulti. E in 25 anni possono cambiare molte cose, pensai. La gente sta sempre a dire come il mondo sia un posto più pericoloso di quanto non fosse quello in cui sono cresciuta. Non ho ragione di non credere loro. Mi sentii colpevole e piena di vergogna. Sentii di aver messo a rischio mio figlio per mia momentanea convenienza14. Sapevo di non essere una madre pessima, ma avevo fatto qualcosa di terribile, pericoloso, e ora ne avrei sofferto le conseguenze, sarei andata in tribunale, avrei pagato spese legali, avrei vissuto con la fedina penale sporca. Questo era come la pensavo su ciò che era successo.

Allo stesso tempo, veramente non capivo il contesto legale di ciò che stava accadendo.

“Non capisco” dissi all'avvocato. “Contribuire alla delinquenza di un minore? Non ha senso. Suona come se gli avessi comprato una birra.”

Rise. Mi disse di capire la mia confusione riguardo l'accusa, ma ciò non era inconsueto. Qualche anno prima, lo stato aveva provato a far passare un'ordinanza che avrebbe reso una trasgressione il lasciare un bambino di meno di 6 anni da solo in un veicolo se le condizioni dentro il veicolo o nelle immediate vicinanze del veicolo presentavano un rischio per la salute o la sicurezza del bambino. La pena per la prima infrazione sarebbe stata una sanzione civile (non penale)15 di 100 dollari; in altre parole, un “biglietto”. Ma la legislazione non passò e quindi l'atto di lasciare un bambino in auto continua a ricadere in una zona legale grigia. L'avvocato spiegò che il crimine contribuire alla delinquenza di un minore include “rendere un minore bisognoso di servizi16”. Così, per esempio, disse, “se lo avessi lasciato senza tornare indietro, qualcuno dei servizi sociali sarebbe dovuto venire, prenderlo, assicurarsi che fosse al sicuro e così via”.

“Ma sono tornata indietro. Sono tornata dopo pochi minuti”.

Una zona grigia” ripeté. Poi proseguì ricordandomi che in ogni caso non era tanto [rilevante] il fatto che lo avessi lasciato in auto, quanto che qualcuno mi avesse visto farlo e stesse lì a registrare e chiamare i poliziotti per dargli il video.

“Un buon samaritano” dissi. “Non avrebbero potuto affrontarmi direttamente?”17

Rise di nuovo, poi si fece serio. “Guarda” disse. “Ecco come la vedo io. Sono grato del fatto di vivere in un mondo dove le persone stanno attenti ai bambini18. Sono contento del fatto che quando qualcuno pensa di vedere che qualcosa di sbagliato sta accadendo, intervenga19. Ma nel tuo caso, quel che è accaduto non era malvagio. Non era trascuratezza. Era un temporaneo errore di giudizio20. Questo è ciò che dobbiamo sottolineare.”

Mi figurai quel qualcuno preoccupato che se ne sta accanto alla mia auto, a pochi centimetri dal mio bambino, mentre teneva il telefonino puntato verso il vetro, a registrarlo mentre giocava con l'iPad. Mi immaginai quella stessa persona indietreggiare nel momento in cui uscivo dal negozio, osservarmi mentre tornavo alla macchina, registrando tutto, invece di fermarmi, senza dire nulla, ma rimanendo lì a comporre il 91121 nel momento in cui mi allontanavo con la macchina. Addio ora22. A questo punto, quasi un anno è passato da quando è accaduto. Sentivo l'avvocato che scartabellava le carte. Guardai in basso e vidi che le mie mani tremavano. Tremavano ma, diversamente da prima, non era per paura. Ero infuriata.23

“Non lo so”, dissi. “Non mi sembra di aver commesso il crimine di cui sono accusata. Non l'ho reso bisognoso di servizi. Stava bene. Forse dovrei dichiararmi non colpevole, andare al processo.”

La sua risposta fu immediata e inequivocabile. “Non penso che tu voglia farlo realmente. Sarà gestito da un tribunale minorile, e i tribunali minorili sono noti per essere propensi a proteggere il bambino.”. Non ricordo se l'ha detto o l'ha solo implicato; ma comunque, l'avvertimento mise le sue radici. Non vuoi perdere i tuoi bambini per questa cosa. Era la prima volta che l'idea era strisciata fuori dai più scuri e più ansiosi recessi della mia mente. Ci dicemmo che ne avremmo parlato dopo. Pensai che stavo per ammalarmi.


Quando cominciai per la prima volta ad elaborare ciò che era successo, mi ero preoccupata che, giusto o sbagliato, colpevole o innocente, quel che avevo fatto, quel che avevo lasciato accadere, sarebbe sembrato abominevole a chiunque l'avessi raccontato, che era l'equivalente morale di guidare ubriachi; non malvagio forse, ma incosciente e stupido. Sfortunatamente, non sono stata mai tanto brava a tenere i segreti, specialmente durante periodi di stress (mio marito una volta mi chiese se avessi mai nascosto qualcosa a qualcuno24). E così, man mano che passavano i mesi, lo raccontavo alle persone, e la maggior parte delle volte trovavo sollievo e provavo sorpresa per quanto fossero comprensivi sia amici che parenti.

I miei genitori avevano la sensazione che l'intera vicenda fosse spampanata e che non avessi fatto niente che un qualunque genitore di 50 anni o più non avesse fatto centinaia di volte. La famiglia di mio marito ci aiutò con le spese legali e ci mise in contatto con un amico che era un legale e ci mettemmo d'accordo per parlare durante il processo. Uscì fuori che una cosa simile era accaduta a sua sorella, e da quello che aveva sentito non era un fatto insolito. “Queste persone, giuro, penso che stiano sedute nei parcheggi in attesa che accada. Se solo potessi mettere le persone in prigione per il fatto di essere dei coglioni.”

Altri amici nei quali avevo confidato furono similmente di supporto. Uno raccontò di una conoscente che aveva avuto un'esperienza simile. Lei aveva portato a spasso il cane intorno all'isolato mentre il bambino faceva un pisolino, e finì con un anno di visite settimanali da parte del DCSF25. Un altro era un insegnante di un liceo che, dopo che qualcuno lo aveva visto che fingeva di spingere uno studente in una scena di lotta per un prova teatrale scolastica, fu messo in congedo retribuito finché un assistente sociale non lo avesse sottoposto a colloquio presso la sua abitazione.

E anche quegli amici che non avevano mai avuto queste difficili esperienze avevano difficoltà a credere che mi fossi cacciata in guai tanto grossi. “Voglio dire”, mi disse un amico, cercando di confortarmi, “quelli erano i tuoi tipici migliori cinque minuti da genitore? No. Se dovessi essere candidata come genitore dell'anno e quelli avessero bisogno di un filmato, manderesti quello? Probabilmente no. Ma questo non significa che tu abbia commesso un crimine!” Altri amici provarono a consolarmi con le storie dei loro errori e sviste. Ragazzini dimenticati e poi ritrovati sei reparti più in là in un supermercato, bambini che rotolano giù dai fasciatoi26 quando la mamma va a rispondere al telefono. E altri ancora provarono a farmi sentire meglio ricordandomi che, a prescindere da ciò che avevo fatto in quel singolo pomeriggio, tutti gli altri giorni ero un tipico genitore del ceto medio27, iperprotettivo, superansioso, nevrotico, soffocatore di indipendenza28.

Chi sono io per giudicare? Fu, con mia sorpresa e sollievo, la reazione più comune quando raccontavo alle persone cosa era successo, sebbene ci furono un paio di eccezioni. Quando chiesi a una amica molto vicina, molto cara, se pensava che avessi fatto qualcosa di così terribile, lei rispose malinconicamente “Be', penso che tu abbia preso una decisione sbagliata”. Questo era un estremo. Dall'altra parte dello spettro, un amico che scrive e tiene un blog sui problemi genitoriali affermò che l'intera faccenda era ridicola. “Chi nel mondo non ha lasciato un proprio bimbo in macchina per un minuto mentre sbrigava rapidamente qualche commissione? L'ho fatto pure io!” Tacque per un momento, e pensai che forse stava riconsiderando questa dichiarazione. Ma quando parlò di nuovo fu per dire, “Sai con chi devi parlare? Con Lenore Skenazy”.


Mi sono messa in contatto con Skenazy all'inizio di quest'anno tramite un messaggio su Facebook, e lei mi ha risposto subito, dicendomi che era felice di parlarne.

Era una colonnista per il New York Daily News e il New York Sun, salì alla ribalta nel 2008 quando scrisse un pezzo sulla sua decisione di lasciare che suo figlio di 9 anni prendesse la metropolitana da solo. L'articolo suscità un mare di reazioni sia indignate che di ammirazione, e spronarono Skenazy a trovare il movimento Free Range Kids, un movimento dedicato a “combattere la credenza che i nostri bambini siano in costante pericolo”, secondo le stesse parole della Skenazy.

Come madre che ha spesso creduto che i suoi bimbi fossero in costante pericolo, non ero sicura di cosa aspettarmi da lei, se avrei finito per parlare con una “esperta” marginale che mi avrebbe detto di rinunciare alle cinture di sicurezza e ai caschi per ciclisti e ai vaccini per aiutare i miei bambini a irrobustirsi… Invece, trovai la Skenazy calma, diretta e cristallina nelle sue idee.

Chiesi se potevo cominciare a raccontarle un po' della mia storia, ma non avevo quasi finito la frase che lei mi interruppe. “Non ti preoccupare” mi disse. “Invece, lascia che sia io a raccontartela”. Apparentemente, la conosceva a memoria. “Fammi giusto chiudere la porta dell'ufficio perché mio marito ha sentito la tiritera milioni di volte. Ok, dunque, eri in giro a fare commissioni con il tuo bambino quando hai deciso di lasciarlo in auto per un paio di minuti mentre facevi un salto al negozio. Le condizioni intorno erano perfettamente sicure, tempo mite e cose così, ma quando sei uscita ti sei vista bloccare da un'auto della polizia, chiamata da un irato astante ficcanaso; sei stata accusata di negligenza nei riguardi del tuo bambino, o di averlo messo in pericolo. È così all'incirca?” Skenazy aveva sentito storie simili prima. Ma il suo comportamento suggeriva che l'indignazione che queste accuse avevano suscitato in lei non era diminuita di molto da quando, in risposta alla sua decisione di lasciare suo figlio libero di andare da solo in metropolitana, i giornali la bollarono come la peggiore mamma d'America.

Parlammo per circa un'ora, e quello che mi colpì e stupì di più non fu la sua simpatia, ma la sua certezza, la sua assoluta mancanza di dubbi ed equivoci. “Senti” mi disse a un certo punto. “Mettiamo da parte per un momento il fatto che la cosa più pericolosa che hai fatto al tuo bambino quel giorno è stata quella di metterlo in auto e guidare da qualche parte con lui. Circa 300 bambini vengono feriti in incidenti stradali ogni giorno — e circa due [al giorno?] muoiono. Questo è un rischio reale. Perciò se volessi veramente proteggere il tuo bambino, non andresti da nessuna parte in auto con lui. Ma mettiamo da parte ciò. Quindi, tu l'hai preso e sei arrivata al negozio dove avevi bisogno di entrare per un minuto e ti sei trovata di fronte una decisione da prendere. Ora, le persone diranno che hai commesso un crimine perché hai messo il tuo bambino a rischio. Ma la verità è che c'è un rischio in qualunque decisione prendi.” Si fermò per enfatizzare, come fa in molte delle sue analisi, quanto sorprendentemente raro sia il rapimento e il ferimento di bambini in auto ferme, non surriscaldate. Per esempio, lei insiste nel dire che, parlando statisticamente, ci vorrebbero 750mila anni affinché un bambino lasciato solo in uno spazio pubblico venga rapito da uno sconosciuto. “Quindi, c'è del rischio nel lasciare il tuo bambino in auto”, argomenta. “Magari non è statisticamente significativo ma è comunque esistente. Il problema è”, prosegue, “che c'è un rischio in ogni scelta che fai. Cioè, supponiamo che avessi portato il bambino con te. C'era il rischio che foste tutte e due investiti da un guidatore pazzo nel parcheggio. C'era il rischio che qualcuno nel negozio fosse un pazzo che spara all'impazzata e che colpisse tuo figlio. C'era il rischio che scivolasse sul ghiaccio sul marciapiede fuori dal negozio e si fratturasse il cranio. C'è del rischio qualunque cosa tu faccia. Quindi, perché una scelta è illegale e un'altra è ok? Potrebbe essere perché una scelta è per te poco conveniente, ti rende la vita un po' più difficile, ti lascia un po' meno tempo libero ed energia di quanto altrimenti avresti?”

Più avanti nella conversazione Skenazy la mette in questi termini: “C'è stato un gigantesco slittamento culturale29. Viviamo in una società in cui la maggior parte delle persone credono che un bambino non può stare un attimo senza che tu lo guardi, in cui le persone pensano che i bambini abbiano bisogno di una costante, totale supervisione degli adulti. Questo slittamento non ha radici nei fatti30. Non ha radici in alcun vero cambiamento31. È immaginario. Le sue radici sono nella paura irrazionale.”

Il problema è che io capisco la paura irrazionale. Infatti, la paura irrazionale è una mia vecchia amica. Alcune cose sembrano pericolose e altre no, e spesso questa percezione ha poco a che fare con le statistiche e i dati. Non conta che ci siano molti ad assicurarmi che volare è il modo più sicuro di viaggiare, molto più sicuro che guidare: sarò sempre più nervosa a 30mila piedi32 che non sulla strada verso l'aeroporto. Similmente, non conta quante statistiche o analisi sui bassi tassi di criminalità o sull'importanza di instilare indipendenza Skenazy (o persone come lei) mi sbattano davanti: per molti genitori in questo momento nella nostra cultura, lasciare i ragazzi non supervisionati non sembra una cosa sicura. Potrebbe succedere di tutto, è un ritornello comune di questo tipo di genitori. E io so cosa intendono. Abbiamo visto i film in televisione sui rapimenti di bambini33. Abbiamo sentito storie toccanti di bambini feriti in dirottamenti d'automobili34, o dimenticati in macchine che si trasformano in forni soffocanti. E una volta che immagini queste cose, immagini cosa può esser stato per quel genitore e per quel bambino che ha sofferto tutto ciò; non è una grande cosa immaginare che succeda a te e a tuo figlio; e poi, se sei come molti genitori, farai qualunque cosa in tuo potere per evitarlo. Non è una questione di plausibilità o significanza statistica, bensì il tremendo potere della nostra immaginazione.


La sede del tribunale dei minori era un lungo corridoio di finestre e panche in pelle pieno di famiglie in attesa, sommessamente agitate, con genitori che facevano avanti e indietro. Andai con entrambe i miei genitori e trovai l'aula che mi era stata assegnata. In aula, tenni gambe e braccia incrociate per impedir loro di tremare. Il mio stomaco sembrava avere vita sua propria. Ma alla fine andò tutto come avevo sperato che andasse. Il mio legale aveva persuaso la pubblica accusa a rinviarmi a giudizio35 e si erano messi d'accordo di non perseguire l'accusa se, nel corso di nove mesi, avessi fatto 100 ore di servizi sociali e avessi partecipato a dei corsi per genitori. Presentarono questo accordo al giudice, che accettò la proposta e quindi tutto era finito; il giorno dopo tornai a casa, sentendomi molto, molto fortunata.

La punizione in qualche modo si rivelò una benedizione. Mi fu permesso di fare dei servizi sociali in una organizzazione no-profit che mi interessava molto, e sebbene abbia reso la mia vita un po' più concitata, è stata nel complesso un'esperienza positiva. Per il corso lavorai in privato con un assistente sociale che aveva sempre ottime idee sul come incorporare una positiva disciplina e adottare strategie migliori per imporre dei limiti36. La sola cosa, in effetti, che veramente mi infastidì durante questi mesi di libertà vigilata fu l'impatto che il caso aveva avuto su mio figlio.

All'epoca dell'incidente, non menzionò mai quel che era successo, e avevo supposto che non ne fosse consapevole, che la cosa migliore sarebbe stata non spiegarglielo. Ma, naturalmente, i bambini sono osservatori astuti e da qualche parte durante l'evoluzione della storia, lui l'ha capito.

Uscii dall'auto un giorno per pagare il parcometro vicino al lato guidatore. “No, mamma, no. Verrà la polizia”. Una volta andai per far uscire il cane nel nostro giardinetto mentre lui guardava il suo cartone mattutino. “Mamma, no! La polizia”.

Un pomeriggio, dopo la sua lezione di nuoto, venne fuori dal bagno e per un secondo non mi vide — mi ero inginocchiata per prendere le scarpe dal loro alloggiamento. Quando tornai su, stava piangendo. “Mammina, mammina, pensavo che qualcuno mi avrebbe rapito”.

Quella sera mi sedetti con lui e provai a spiegarglielo. Gli dissi che aveva ragione, che la mamma lo aveva lasciato in auto per pochi minuti una volta e che fu un errore. Non avrei dovuto farlo. Ma tutto sarebbe andato bene ora. Mamma non sarebbe andate in prigione. E nessuno lo stava per rapire!

“Molte persone” gli dissi, “non stanno provando a farti del male. La maggior parte delle persone sono buone. Capisci che non devi essere spaventato?”

Annuì lentamente, ma potei vedere sulla sua faccia che mi credeva solo a metà. E nel momento in cui ci pensai su, mi chiesi se questa credenza che avevo nella bontà di base di sconosciuti non fosse parte del problema. Di certo, molti dei miei compagni genitori non la condividono. Viviamo in un paese di zone residenziali chiuse37 e sistemi di sicurezza e d'allarme per la casa. Mia sorella ha entrambe, sebbene viva in un quartiere con una dozzina di vicini. Ci insegnano a dire ai nostri figli di non parlare con gli sconosciuti. Li accompagnamo a scuola e li sorvegliamo quando giocano e qualcuno gli mette addosso persino qualche apparecchio GPS, sicuri del fatto che, dovessero perdersi, nessuno li aiuterebbe. Sono finiti i giorni in cui si lasciavano i bambini andare a zonzo nel vicinato, presupponendo che almeno un adulto responsabile sarebbe stato nei pressi a dar loro un'occhiata. Mi dicono che ci sono ancora cose come car pools, babysitteraggio cooperativo38, ma non ne ho mai trovato uno39. Al posto di “Ci vuole un villaggio” il nostro mantra sembra essere “ogni uomo per sé stesso”. Messa a confronto con questo golfo tra la mia stessa infanzia e l'ambiente in cui stavo crescendo i miei bambini, non potei fare a meno di chiedermi se era giusto che mi fosse stata impartita una tale lezione, rimproverandomi per qualcosa di ostinatamente ingenuo o spontaneo nella mia natura.

Nei tre anni da quando è successo, sembra che sempre più persone parlino della crisi della genitorialità elicottero. In un saggio sull'Atlantic, “Il bambino iperprotetto”40, Hanna Rosin scrive come “In tutti i [suoi] anni da genitore, [ella] abbia incontrato prevalentemente bambini che danno per assodato il fatto di essere sempre osservati”.

Altre pubblicazioni e siti web e media sociali41 e organi di informazione e bacheche di messaggi sono inondati in tutti i modi possibili42 per sapere se sei un genitore maniaco del controllo43, o come dare a tuo figlio la libertà che necessita e merita. Psicologi e scienziati sociali si domandano se non stiamo instillando nei nostri figli un senso di impotenza appreso che li rende giovani adulti subfunzionali, narcisisti, che hanno un senso del valore e una sensibilità gonfiati44 e, più di recente, [psicologi e scienziati sociali] richiedono, nei programmi dei college, di dare degli avvertimenti [su questi problemi]45.

Ma quello che mi sembra mancare in questi avvertimenti è qualche spiegazione, non solo di come le aspettative sono slittate così radicalmente per i genitori, ma perché sono slittate. La risposta pronta sulla punta della lingua è spesso che il mondo è un posto più pericoloso di quello che era una generazione fa. Ma non ci vuole molto per sgonfiare questo mito e vedere che a livello nazionale i tassi di criminalità violenta sono inferiori a quelli negli anni Settanta e Ottanta. Perciò, come spieghiamo che le attività che prima sembravano innocue — lasciare che un bambino giochi al parco senza supervisione o sieda in macchina da solo per pochi minuti — sono ora diventate non solo tabù sociali ma basi per una persecuzione giudiziaria?

Una mia amica ed ex compagna di classe, Julia Fierro, ha riflettuto così a lungo sui problemi di ansia genitoriale che alla fine ha scritto un romanzo sulla materia. Quando le chiesi qualcosa riguardo le risposte cui era arrivata, mi disse che si domanda se non abbiamo tutti “troppa informazione — libri su come essere bravi genitori, corsi per come si fanno nascere i bambini, tonnellate di blog e siti e riviste sull'essere genitori, siti anonimi online dove i genitori sono pieni di giudizi, anche quando provano a dare aiuto o consigli. Penso che tutta questa informazione, tutte le filosofie contrastanti riguardo a come si fa ad essere genitori (attaccamento genitoriale vs piangi-pure e poche filosofie moderate che sono promosse) facciano sì che non si abbia fiducia in noi stessi. Inoltre, molti di noi, che sono giovani e ambiziosi professionisti, si sono trasferiti lontano dalle famiglie e quindi hanno poco supporto e mancano di una solida comunità.”

E forse poiché siamo sia isolati e ambiziosi nel nostro essere genitori, ci sabotiamo pretendendo standard impossibili, viviamo con una paura cronica di non farcela a misurarci con ciò che si suppone che sia la nostra missione più importante. È quasi come se, nel corso di poche decadi, abbiamo sviluppato un disturbo d'ansia culturale sui nostri figli, e quando rimugino su questa idea non provo rabbia o indignazione per ciò che sta accadendo, ma provo invece una brutta sorta di simpatia.

Tra tutte le difficoltà dell'essere genitori, la più grande per me (e per molte persone, penso) non è la fatica o il tempo necessario o il caos della vita familiare, ma l'incapacità di assicurare che niente di terribile accadrà mai a mio figlio. Il desiderio di evitare la sofferenza dei nostri ragazzi è più forte del desiderio di respirare, più forte dei miei istinti umani fondamentali. E ancora, non importa quanto forte sia tale desiderio [di impedire che soffrano]: nessuno di noi può veramente farcela. Non possiamo. Punto.

Ogni giorno sembra che ci sia sempre meno che possiamo controllare del loro futuro. Le scuole stanno fallendo, il ceto medio sta svanendo, super-insetti diventano sempre più forti e gli antibiotici sempre più deboli46. Le stagioni passano e non riesco a riconoscere il clima del pianeta sul quale i miei ragazzi diventeranno adulti. L'istruzione universitaria diventa sempre più lontana e irraggiungibile. Le armi sono ovunque. Le persone sono spesso arrabbiate e sospettose. Il nostro cibo ci rende grassi e malati.

Non posso controllare niente di tutto ciò, quindi la mia presa si stringe su ciò che penso di poter controllare, su ogni cosa raggiungibile. Eppure non importa quanto saldamente afferri, niente di ciò che chiunque fa può cambiare il fatto che a volte i bambini si ammalano e muoiono, o vengono uccisi in incidenti stradali, o affogano in piscine quando ci giriamo per appena un secondo. A volte vanno dal dottore con un taglio sulla gamba e muoiono pochi giorni dopo per avvelenamento del sangue. A volte vengono colpiti nelle scuole, o diventano dipendenti dalla droga o si tolgono la vita. Questi fatti non sono comuni, ma capitano, e ne sentiamo parlare, e poiché non possiamo immaginare niente di peggio diciamo “non a me”, “non a mio figlio”. “Non accadrà a me”.


Una volta mio padre mi ha raccontato una storia, un incubo che ebbe quando ero piccola. Sognò di essere tornato a nord di New York, dove era cresciuto e che stava guidando in una tempesta di neve lungo un'autostrada deserta, con me sul retro della macchina. Scese un attimo per controllare uno pneumatico. Un minuto dopo, quando provò a tornare dentro l'auto, si accorse di essersi chiuso fuori e che io ero intrappolata dentro, sul mio sedile. Si congelò. La neve cadeva giù tutta intorno in vortici selvaggi. Colpì il finestrino, per cercare di romperlo. Urlò aiuto, ma non c'era nessuno vicino, nessuno che potesse aiutarlo, solo campi vuoti e oscurità.

Ora non lascio i miei figli in auto quando corro in un negozio e così so che niente di brutto capiterà loro in un veicolo fermo. Suppongo che ogni piccola illusione della mente sia d'aiuto. Eppure, mi preoccupo. Mi preoccupo che, quando mio marito ed io decideremo che i nostri figli saranno grandi abbastanza da poter andare a scuola da soli (che accada tra due o cinque anni, non importa), qualche buon samaritano disapproverà e chiamerà la polizia. Mi preoccupo di ciò che altri genitori penseranno se mi attardo su una panchina a leggere un libro invece di sorvegliare i miei figli mentre giocano al parco. Mi preoccupo del fatto che, se lascio mio figlio a giocare nel vicolo con altri ragazzi e non lo seguo attentamente perché ci sono già 8 adulti responsabili lì intorno, verrò considerata come una mamma poco di buono che non sta facendo la sua parte. E così lo scorto quando invece probabilmente non c'è bisogno che lo faccia. Supervisiono e sorveglio e interferisco. E almeno la metà degli altri genitori stanno facendo lo stesso, probabilmente per lo stesso motivo. Questa è l'America e fare il genitore è ora uno sport agonistico, come qualunque altro.

Cosa otteniamo se vinciamo? Un bambino che non sarà mai ferito dalla paura e che non sarà mai solo? O forse una promessa e un'assicurazione di sicurezza? Non sono così ingenua.

Quando ero piccola, credevo che un lupo vivesse nel mio armadio, proprio sopra le nere borse di plastica che avvolgevano i vecchi vestiti. Il lupo parlava un inglese perfetto e mi disse che se non contavo fino a 20 prima di addormentarmi lui sarebbe uscito fuori e mi avrebbe mangiato i piedi. Ero solita giacere nel letto, sotto le coperte, e contare. Sapevo che se avessi contato, sarei stata al sicuro. Aveva senso. Uno, due, tre, quattro. Contavo ogni notte. Non ho mai dubitato.

Quando ho iniziato a scrivere questo saggio, mio figlio, ora di quasi 7 anni, ha avuto un incidente. Stavo preparando la cena mentre lui e mia figlia giocavano nel soggiorno. Avevo appena messo una manciata di vegetali in un tegame quando lo sentii ridere e urlare contro sua sorella, “Sono un fantasma, sono un fantasma”. Quello che non avrei potuto vedere dalla cucina è che aveva tirato su il copridivano sulla sua testa per poter impersonare il suo ruolo e andava in giro per la stanza conciato a quel modo, provando a spaventare sua sorella. Non ci pensai finché non sentii il terribile suono, il suono come di una valigia che rotola giù dalle scale. Io e mio marito corremmo di sopra. Ci fu un secondo, forse due, quando lui giaceva sotto il copridivano… “Non a me”. “Non a lui”. Chiamai il suo nome, corsi giù per i gradini. “Oh, il mio bambino”. Si mise a sedere, tirò giù il copridivano, un po' acciaccato e scosso ma a parte ciò stava bene. Più di tutto il resto, fu la nostra paura a spaventarlo. Cominciò a piangere. “Sto bene?” disse; prima in forma di domanda e poi, enfatico: “Sto bene!”


  1. Con il senno di poi, la decisione più giusta sarebbe stata quella di prenderlo di peso. Già si vede il tipo di educazione che questa sfortunata mamma rappresenta perfettamente: il bambino comanda e decide e impone la sua disciplina sull'adulto e non il viceversa.

  2. Le temperature nell'articolo sono espresse in gradi Fahrenheit.

  3. Car hikacking.

  4. Bye now.

  5. Screens, schermi, in generale.

  6. Naturalmente sta parlando del ritorna a casa, dopo aver incontrato il marito e aver chiamato la madre.

  7. Barre per scimmie (monkey bars), una roba come questa.

  8. Station wagon.

  9. Dunque implicitamente sta dicendo: nessun seggiolino, nessuna cintura di sicurezza, ecc.

  10. Forse di questa generazione.

  11. delinquency of a minor. È chiaro in seguito in che senso è formulata questa accusa.

  12. A casa dai suoi, dove è successo il fatto.

  13. Evidentemente i genitori abitano in periferia mentre la sua casa è invece in un ambiente più cittadino.

  14. Da notare che tutto nasce dall'aver accondisceso a due capricci: quello di averla voluta accompagnare e quella di esser voluto rimanere in auto. Inoltre, la necessità di recarsi al negozio era sempre una necessità “fittizia”, di convenienza: per evitare che il bambino, durante il lungo viaggio, facesse ulteriori capricci.

  15. The penalty for a first offense would be a $100 civil penalty, in other words, a ticket. “Non penale” è aggiunta mia.

  16. Services. Assistenza?

  17. Questo apre un diverso filone critico. Invece di intervenire, avvicinandosi magari alla donna per farle notare che non era il caso di lasciare il bambino e che se l'avesse fatto avrebbe chiesto l'intervento della polizia, si è limitato a spiare.

  18. Se l'attenzione è morbosa, isterica, claustrofobica… forse non è il caso di essere tanto grati. Questo è parte, secondo me, del problema e non invece, come si pensa, l'antidoto a un male in crescita.

  19. In realtà il «buon samaritano» non è intervenuto: si è esibito in un atto di civiltà, che ha tutta una sua psicologia che al volo non saprei inquadrare.

  20. Lapse in judgment.

  21. L'equivalente del nostro 113.

  22. Bye now.

  23. Immaginiamo un altro scenario: che questa sfortunata mamma fosse uscita un po' prima e avesse beccato un tizio a filmare il suo bambino in auto… e che a quel punto, pensando chissà che, avesse aggredito l'uomo (o la donna), e poi avesse chiamato la polizia per denunciare un potenziale pedofilo

  24. My husband once asked if I’d ever kept anything from anyone.

  25. Dipartimento per i Bambini, le Scuole e le Famiglie.

  26. Changing tables

  27. Middle-class.

  28. Independence-stifling.

  29. Cultural shift.

  30. O forse meglio: non ha motivazioni concrete.

  31. It's not rooted in any true change. Con ciò penso si possa intendere che non c'è alcun cambiamento nella società che giustifichi questo slittamento culturale.

  32. Circa 9000m (1 piede = 30.48cm)

  33. La percezione di quanto sicuro o non sicuro sia il mondo dipende dalla descrizione che di questo fanno i giornali, le televisioni… persino attraverso dei film. Si tratta chiaramente di una percezione distorta che appunto non ha niente a che fare con i dati reali e le statistiche della criminalità.

  34. Di nuovo, carjacking, che traduco come fosse car hijacking.

  35. My lawyer had persuaded the prosecutor to issue a continuance in the case… Legalese, non saprei tradurlo più correttamente. Continuance: «nella legge procedurale americana, una “continuanza” è il posponimento di un'udienza, un processo, o altro procedimento giudiziario già programmato».

  36. Si parla di educazione del bambino, ovviamente.

  37. Mura di cinta, cancelli, accessi controllati… E magari al centro un bel castello…

  38. Cos'è il babysitteraggio cooperativo? «In pratica, una manciata di genitori si associano e si mettono d'accordo per controllare a turno ciascuno i figli degli altri».

  39. Questi fenomeni sono legati probabilmente a quella che si potrebbe definire una dimensione comunitaria, che è persa nelle grandi città, nei grossi agglomerati urbani e perciò è più probabile trovarla in centri minori, realtà più piccole… Probabilmente la sfortunata mamma abita di una metropoli americana, o qualcosa del genere.

  40. “The Overprotected Kid”

  41. Social media.

  42. […] are awash in eight ways to know […]

  43. Over-parenting; «essere eccessivamente presente in ogni istante della vita dei figli, tipicamente per via del desiderio di proteggerli dalle situazioni difficili o per aiutarli ad avere successo». Forse sarebbe meglio “eccessiva presenza del genitore”, al posto di “mania di controllo genitoriale”?

  44. Overinflated sense of worth and sensitivity.

  45. Riporto l'intero passaggio perché non sono affatto sicuro di averlo interpretato correttamente: Psychologists and social scientists wonder if we’re not instilling children with a sense of learned helplessness that makes them into subfunctional, narcissistic young adults who have an overinflated sense of worth and sensitivity and, more recently, require trigger warnings on college syllabi.

  46. In realtà gli antibiotici sembrano più deboli, inefficaci, perché super-bug, batteri e quanti altri sviluppano una resistenza ad essi, adattandosi.

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